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Penalizzazione seo: cosa non piace a Google

Penalizzazione seo: cosa non piace a Google

Photo credit @Asif Islam / Shutterstock.com

Lanciare la propria attività sul web significa anche doversi adeguare ad una serie di linee guida che Google fissa per garantire la correttezza dei risultati forniti alle ricerche degli utenti. Questo, in altre parole, significa che i webmaster hanno alcune regole da rispettare per fornire indicazioni corrette ai robot del noto motore di ricerca, in modo tale che i robot possano sempre ‘catturare’ i siti e mostrarli all’interno della SERP di Google andando incontro alle necessità di chi utilizza il search engine. Tali regole, se non seguite da chi si occupa di web development e di marketing, portano ad una penalizzazione SEO che ha lo scopo di far scomparire dalle pagine di Google quei siti web accusati di pratiche ‘furbette’, dette black SEO. Vediamo dunque i tipi di penalizzazione SEO che Google applica.

Google Panda: l’algoritmo intelligente

Panda è stato uno dei primi algoritmi di penalizzazione SEO introdotti da Google: il suo scopo principale è quello di identificare i siti web che cercano in tutti i modi di spiccare sulla SERP pubblicando una quantità enorme di articoli e di contenuti privi di valore, al fine di ottenere tanto traffico e di monetizzare i click con i banner pubblicitari di AdSense o di altri programmi di affiliazione. Il principio che sta alla base di tale penalizzazione SEO è essenzialmente uno: impedire a siti spazzatura di invadere le pagine di Google, rendendo le ricerche degli utenti frustranti e difficoltose. E dato che Google basa le sue fortune proprio sull’efficacia delle sue ricerche, Panda è un algoritmo prezioso e in continuo aggiornamento.

Cosa non piace a Google Panda

A Google Panda non piacciono i portali ricolmi di contenuti inutili, ridondanti e senza alcuna attinenza logica o argomentale. Ma come fa ad individuarli? Google Panda è dotato di un vero e proprio cervello capace di analizzare i testi, rilevando in automatico sintassi scorrette e poco attinenti con le ricerche degli utenti e, dunque, con le keyword utilizzate da chi ha messo in piedi quel sito. Inoltre, Google Panda detesta gli articoli copiati: se oserete pubblicare un articolo uguale o molto simile ad un altro, prenderete una penalizzazione SEO e sparirete da Google.

Google Penguin: ecco un’altra penalizzazione SEO

Penguin è probabilmente una penalizzazione SEO fra le più pericolose per i black marketers. Nello specifico, Penguin attacca tutti i siti colpevoli di keyword stuffing e di black hat. Ma di cosa si tratta? Il keyword stuffing è una tecnica che si basa sulla ripetizione continuata di keyword senza alcun senso logico, allo scopo di posizionare un sito in cima alla SERP sfruttando l’attenzione di Google verso le parole chiave. Per quanto riguarda il black hat, parliamo della presenza di link d’ingresso di scarsa qualità sui portali esterni: se avete scelto di acquistare questo servizio presso portali nati solo per questo scopo, con l’obiettivo di aumentare il PageRank, sappiate che Penguin impiegherà pochissimo per individuarvi e per penalizzarvi. Ricordatevi, infatti, che la pratica del Link Building esterno ha un valore solo quando tali link vengono pubblicati da piattaforme reali, e che trattano temi riguardanti il vostro campo d’azione.

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