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Native advertising

Native advertising

Sappiamo tutti quanto la pubblicità possa risultare invasiva e molesta: lo è sempre stata, a partire dagli spot in radio ed in Tv, passando per i banner pubblicitari e per i pop up che oramai invadono la maggior parte del web. Tutto ciò che non viene richiesto dall’utente, diventa in automatico fastidioso, soprattutto quando interrompe qualcosa che ci interessa. Questo non accade con il native advertising, una forma promozionale in costante ascesa sul web. Vediamo di cosa si tratta, e perché sta avendo grande successo.

Cos’è il native advertising

Il native advertising, come dice il nome stesso, è una pubblicità che nasce dal contenuto stesso, senza provocare alcuna interruzione ma, al contrario, fondendosi in esso. In altre parole, utilizzando questo metodo il messaggio pubblicitario viene riportato all’interno di un contenuto (che sia un articolo o un video) e posizionato in modo naturale, senza andare fuori tema e anzi sembrando a tutti gli effetti un consiglio all’utente, piuttosto che una pubblicità. Per fare un esempio pratico: un articolo che parla di come fare una vacanza insieme al proprio animale domestico, e che cita un hotel pet-friendly, è un ottimo esempio di native advertising.

Come nasce il native advertising

Il primo ad utilizzare il termine ‘native advertising‘ è stato Dan Greenberg, CEO della piattaforma Sharethrough e grande esperto di web marketing: lo scopo di Greenberg era dare un nome ad una pubblicità non fastidiosa, che assumesse un contorno indefinibile e, dunque, impossibile da evitare per l’utente. Va infatti specificato che il native advertising nasce con un obiettivi preciso: trovare una forma promozionale che riuscisse a superare le barriere protettive dell’utente, sempre più abituato ad ignorare i banner e le pubblicità tradizionali sul web.

Perché il native advertising funziona

Il native advertising è stata la risposta delle aziende non solo all’evoluzione cognitiva degli utenti, ma anche alle loro necessità. La pubblicità nativa non è fastidiosa e, soprattutto, non interrompe in alcun modo la fruizione di un contenuto: essendo fusa nel testo, o nel video, viene proposta in modo naturale e senza causare disturbo al lettore. Ed è anche molto più efficace di un banner pubblicitario. Quando qualcuno legge un articolo, lo fa perché sinceramente interessato alle informazioni riportate al suo interno: lo stimolo alla lettura e alla ricezione causato dalla sua attenzione, lo rende particolarmente vulnerabile ad una pubblicità nativa.

Qualità al servizio della pubblicità

Quello che rende efficace il native advertising, al contrario di quanto accade nella classica promozione, non è il messaggio pubblicitario: ciò che conta è innanzitutto il contesto editoriale, dunque la qualità del contenuto e la validità delle informazioni riportate. Questo significa che la scrittura dell’articolo dovrà essere affidata ad un copywriter creativo ed esperto nello storytelling, e trasmesso attraverso un blog influente, che abbia numerosi lettori giornalieri.

Il futuro dell’advertising

Il futuro dell‘advertising è destinato ad essere native. Il motivo è che i banner, oltre ad essere ignorati dagli utenti, vengono sempre più spesso bloccati installando i plugin ad-blocker per browser: un ‘trucco’ che viene utilizzato anche sugli Smartphone, e che sta causano danni economici per milioni di dollari alle aziende che hanno investito nelle campagne ADV.

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